Sulla proposta fatta dalla Russia di trattato di pace Russia-NATO

Questo è il servizio sulla proposta di trattato di pace che la Russia sta rivolgendo alla NATO. Non viene il dubbio che l’ammassamento di truppe in Russia, ai confini con l’Ucraina, sia dovuto a quello che è, già oggi, l’entrata della NATO all’interno dell’Ucraina? Se fosse così si capirebbe meglio anche lo sforzo economico che comporta alla Russia ammassare truppe ai confini con l’Ucraina.
Il servizio qui riportato è partito con il piede sbagliato procedendo in seguito in modo molto più comprensibile. La risposta, definita dal servizio “stizzita”, della Casa Bianca indica con molta chiarezza che ai tempi di Eltsin la Russia non si è fatta dare assicurazioni scritte, rendendo ancor più palese come il presidente Eltsin stesse “lavorando” contro gli interessi della madrepatria.
Purtroppo, se dovessimo considerare come ordigni nucleari siano collocati in varie basi NATO, all’interno del nostro Paese, tra cui quella di Ghedi-Brescia (per intenderci a circa 90km da dove stiamo scrivendo), potremmo anche concludere che tra i vari obiettivi passibili di essere colpiti in Italia ci sia anche quello, con conseguenze sin troppo intuibili anche per una città come Milano.
Per finire sforziamoci di immaginare come reagirebbe Washington se qualcosa di simile a ciò che succede in Ucraina avvenisse in Messico. Ed ora consigliamo vivamente di seguire con attenzione gli sviluppi sulla proposta del trattato di pace, che la Russia sta facendo alla NATO, la quale come sappiamo è diretta da Washington.

Fonte: TG LA7, edizione ore 20.00 del 17/12/2021

Seminario Internazionale sulla Palestina

Contributo del Comitato Contro La Guerra Milano al seminario internazionale “La lotta di Liberazione Palestinese ed il Movimento Mondiale per la Pace”, organizzato dal Bangladesh Peace Council lo scorso 3 dicembre a Dacca.

Nei 200 anni di dominio più recente l’imperialismo ha costruito un capolavoro: non c’è metro di territorio in tutta la regione mediorientale e del Golfo Persico che non sia rivendicato da qualcuno e non c’è Paese che possa dirsi al riparo dalle ambizioni altrui.
Israele è uno Stato letteralmente artificiale, programmato e realizzato secondo un disegno strategico delle grandi potenze a spese degli abitanti originari della Palestina, che occupa territori giordani, siriani, libanesi ed egiziani, che aspira a nuove espansioni (la Grande Israele).
Questa regione è un dedalo di contraddizioni laceranti, uscite da secoli di imperialismo allo stato puro, da due guerre mondiali e dal processo di disintegrazione di 5 imperi: ottomano, zarista, tedesco, francese, inglese.
Vale la pena ricordare l’Accordo di Sykes-Picot (1916), la Dichiarazione di Balfour (1917) e il Trattato di Sèvres (1920) che segnarono, dopo la fine della Prima Guerra Mondiale la spartizione della regione tra le potenze coloniali europee (Francia e Gran Bretagna), la nascita dello Stato di Israele. Equilibri che cambiarono dopo la Seconda Guerra Mondiale e che videro l’egemonia USA sostituire quella delle vecchie potenze coloniali.
Le linee guida della politica statunitense e di quella israeliana nell’area si integrano in una sola: il nocciolo della questione è il dominio della regione, in particolare dei suoi idrocarburi e la “vigilanza” sui Paesi arabi e sull’Iran: è per questo che Israele non deve essere militarmente inferiore all’insieme dei suoi potenziali nemici ed è per questo che Israele e gli Stati Uniti non possono tollerare l’esistenza di una potenza regionale che sia in grado di esercitare l’egemonia nell’area.
In tutto ciò l’Unione Europea non è estranea, la sua politica estera è dettata dalla NATO a guida USA e dagli interessi dei suoi Paesi membri, che siano potenze di media dimensione come la Francia e la Germania, o minori come l’Italia, o piccoli Paesi come lo sono Grecia, Portogallo, Cipro; quasi tutti i Paesi dell’Unione hanno accordi militari con lo Stato Ebraico di Israele, a sottolineare l’ipocrisia dell’Unione che a parole è sempre per la “Pace” e la “convivenza”, ma nei fatti è classicamente imperialista.
Anche le cosiddette primavere arabe, che nei piani imperialisti avevano lo scopo di portare i Fratelli Mussulmani al potere in nord Africa ed in Medio Oriente, avrebbero conciliato la politica dell’imperialismo occidentale con quella di Israele; avere allo stesso tempo al potere Governi che da un lato sono più inclini ad accettare dei compromessi con l’Occidente ed a subirne la sua egemonia, dall’altro lato Governi in grado di farla finita con il nemico mortale di Israele: il nazionalismo laico panarabo.
La questione palestinese nasce e si sviluppa in questo contesto ed è inseparabile da qualsiasi cosa accada nella regione.

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Report del CCLGM recatosi in Bangladesh, ospite della WPC

Il 4 e 5 dicembre in Bangladesh, nella capitale Dacca, si è tenuta una grande conferenza internazionale di Pace, World Peace Conference. In questa occasione si sono celebrati i 50 anni dell’indipendenza del Bangladesh, avvenuta il 26 marzo del 1971 ed i 100 anni dalla nascita del leader della lotta d’indipendenza e “Padre della Patria”, Sheikh Mujibur Rahman detto Bangabandhu (“Amico del Bengala”).

Alla conferenza hanno partecipato numerose personalità internazionali, tra le quali il Segretario Emerito delle Nazioni Unite, Ban Ki-moon, l’ex Primo Ministro britannico Gordon Brown, ex Ministri dall’India e dall’Australia, Ambasciatori in carica, soprattutto dai Paesi Arabi, tra i quali l’Ambasciatore di Palestina in Bangladesh.

Tra gli ospiti internazionali era presente il Consiglio Mondiale della Pace (World Peace Council) con una folta delegazione proveniente dall’America (Canada e Stati Uniti), dall’Europa (Grecia, Cipro ed Italia con il Comitato Contro La Guerra Milano) ed Asia (India, Nepal, Palestina, Libano, Sri Lanka, Giappone ed ovviamente Bangladesh). Per motivi legati alla pandemia non ha potuto partecipare la delegazione dal Sudafrica.

Il World Peace Council (WPC) è stato un ospite speciale perché il “Padre della Patria” Bangabandhu partecipò ad alcune delle sue prime riunioni mondiali, nel 1952 a Pechino e nel 1956 a Stoccolma; fu in quelle occasioni che il WPC dimostrò la sua visione anticoloniale ed antimperialista. Bangabandhu fu anche decorato il 23 marzo 1973 dall’allora leader del WPC, Romesh Chandra, con la medaglia “Joliot-Curie”. Alla World Peace Conference sono intervenuti il Segretario Esecutivo del WPC Iraklis Tsavdaridis, il compagno palestinese Akel Taqaz, il cipriota Stelios Sofocli, il canadese Miguel Figueroa in rappresentanza delle organizzazioni appartenenti al WPC.

La delegazione del WPC si è anche recata a Dacca, nella sede centrale del Partito Comunista del Bangladesh. Lì giunta si è incontrata con il Presidente, il Segretario Generale ed il responsabile esteri del Partito. Si è discusso della situazione politica, economica e sociale del Bangladesh. Il Presidente ha sottolineato come il Bangladesh negli ultimi anni si sia allineato alle politiche liberiste mondiali e come la crisi legata alla pandemia abbia solamente nel Bangladesh creato quasi 13 milioni di nuovi poveri.

Il Presidente ci ha descritto anche il sostanziale bipartitismo del Bangladesh ed ha inoltre ironizzato sostenendo che il Partito di governo ed il principale partito di opposizione possano essere tranquillamente definiti “Coca cola” e “Pepsi cola”. In Bangladesh continuano ad esistere e a lottare il Partito Comunista ed una sinistra di classe che, seppur ridimensionati, sono rimasti tali nel Paese asiatico. Per quanto riguarda la politica estera e sulla posizione del Bangladesh rispetto alle potenze occidentali ed alla Cina, ha usato l’espressione “tenere il piede in due scarpe”. Alla fine dell’incontro si è ribadita la volontà comune di lotta contro l’imperialismo e per la giustizia sociale.

Per quanto riguarda invece la World Peace Conference, si è conclusa con il discorso del Primo Ministro Sheikh Hasina, figlia di Bangabandhu, della quale pubblicheremo un estratto in seguito.

Comitato Contro La Guerra Milano, 7 dicembre 2021

Elezioni regionali ed amministrative in Venezuela: vince il chavismo, ma non trionfa

Venezuelani a Caracas in attesa di ricevere il vaccino cubano Abdala

La scorsa domenica 21 novembre il Venezuela è tornato per la ventiseiesima volta alle urne in 22 anni. Questa volta i venezuelani sono stati chiamati a scegliere 23 governatori, 253 legislatori dei Consigli di Stato, 335 sindaci e 2.471 consiglieri.
Degli oltre 22 milioni di aventi diritto,si sono recati alle urne 8.151.793 elettori, pari al 42,26%. La coalizione del Gran Polo Patriotico Simon Bolivar (GPPSB), guidata dal Partito Socialista Unito del Venezuela (PSUV) al potere, ha prevalso in 19 regioni, mentre le opposizioni se ne sono aggiudicate 3. Nel momento in cui scriviamo resta da definire Barinas,la regione che ha dato i natali al Comandante Chavez.
Invece dei 335 municipi, 13 devono ancora essere assegnati, 205 sono andati alla coalizione di Governo e 117 alle varie opposizioni: 59 alla Mesa de la Unidad Democratica (MUD), 37 ad Alianza Democratica (AD) e 21 ad altri partiti o alleanze della divisa e variegata opposizione venezuelana.
Inoltre giova segnalare che nelle 11 città più importanti in cui si è votato,solo a Maracaibo, la seconda città del Paese, è stato eletto un sindaco dell’opposizione, mentre nella capitale Caracas e nelle altre 9 città ha vinto un sindaco della coalizione guidata dal PSUV.
Forte della ventitreesima vittoria elettorale della Rivoluzione Bolivariana in 22 anni, della partecipazione anche del settore dell’opposizione “golpista” che aveva provato a boicottare le amministrative/regionali del 2017, le presidenziali del 2018 e le parlamentari del 2020, il Presidente Nicolás Maduro si è rivolto al Paese in un messaggio in cui si è congratulato con tutti i candidati, partiti e movimenti politici che hanno partecipato, con tutti i sindaci eletti e ha esortato i neoeletti governatori dell’opposizione di Zulia, Nueva Esparta e Cojedes a lavorare insieme per il Paese.
Quella di domenica scorsa è stata l’ennesima dimostrazione di un Popolo che vuole risolvere i propri problemi attraverso il gioco democratico e non attraverso colpi di stato, ingerenze, tentativi di invasione, blocchi economici criminali o il terrorismo delle “guarimbas”.

Ancora una volta l’imperialismo ed i suoi fedeli vassalli venezuelani, a cominciare dall’autoproclamato Juan Guidò, sono usciti sconfitti, dopo quello che hanno imposto contro il Paese latinoamericano, oltre al saccheggio dei suoi asset industriali all’estero e delle sue riserve internazionali.
La Repubblica Bolivariana del Venezuela si è dimostrata ancora una volta un osso duro, tanto che gli osservatori dell’Unione Europea hanno dovuto dichiarare nella loro informazione preliminare sull’andamento delle elezioni, che il sistema elettorale venezuelano è affidabile ed equilibrato. Mentre il Segretario di Stato statunitense, Antony Blinken, non potendo “gridare” alla frode elettorale, ha comunque delegittimato l’intero processo, accusando il Presidente Nicolás Maduro di aver silurato la partecipazione popolare con il fine di evitare un trionfo dell’opposizione. Dichiarazioni di ingerenza sono arrivate anche da esponenti dei Governi di Spagna, Regno Unito, Colombia. Tutti sono stati rispediti ai mittenti. Cuba, Nicaragua, Bolivia, Cina, Russia ed Iran si sono congratulati con la Repubblica Bolivariana del Venezuela ed hanno messo in guardia contro le ingerenze negli affari interni dei Paesi sovrani.
Tuttavia tenendo conto dell’ultimo bollettino del Consiglio Elettorale Nazionale (CNE), si può constatare che su 8.151.793 di votanti, 3.719.673 hanno votato per il chavismo (45,6%), mentre il restante 54,4% ha scelto una delle opzioni proposte dalle opposizioni. Inoltre quasi il 60% degli aventi diritto non si è recato alle urne. Tutto ciò impone una riflessione ed è lecito affermare che questa vittoria non sia un trionfo.
L’anno prossimo esiste la possibilità che le opposizioni abbiano la volontà e la forza per proporre un referendum revocatorio, mentre nel 2024 sono previste le elezioni presidenziali.
Va tenuto conto che in queste ultime elezioni le opposizioni hanno perso in diverse regioni e municipi a causa della loro divisione. Ciò certamente non è una novità, ma oggi il chavismo non risulta essere la maggioranza assoluta, ma la minoranza politica più forte e maggiormente coesa.
Le elezioni comunali e regionali non possono essere paragonate a quelle presidenziali che storicamente in Venezuela e non solo, vedono una partecipazione più ampia, ma questa astensione nasconde un malcontento diffuso tra i venezuelani. E’ ipotizzabile che una percentuale attorno al 10% di astensione sia imputabile alla forte emigrazione all’estero avvenuta negli ultimi anni, ma chi conosce il Paese caraibico nota come sia in atto un processo di depoliticizzazione delle masse che coinvolge sia i partiti di Governo che quelli di opposizione. Uno dei tanti meriti del Comandante Chavez fu proprio quello della politicizzazione della società. Il Venezuela negli anni ’90 era una società depoliticizzata. Chávez l’ha ripoliticizzata fondando la Quinta Repubblica con una democrazia partecipativa ed il protagonismo delle masse.
Con ciò non si sta negando che la causa principale di buona parte dei problemi economico-sociali del Paese siano il frutto della politica imperialista criminale portata avanti dagli USA, dalla UE e dai loro vassalli, che ha quasi completamente privato la Repubblica Bolivariana del Venezuela delle entrate derivanti dal petrolio, la sua maggiore risorsa. Il Governo Bolivariano ha comunque proseguito la propria politica sociale continuando a distribuire bonus attraverso il sistema dei “carnet de la Patria”, gli alimenti tramite il sistema dei “Clap”, gli alloggi popolari tramite il “Plan Vivienda”; nonostante le tante carenze cerca di tenere in piedi un sistema sanitario pubblico ed è riuscito a contenere gli effetti della pandemia, cosa che non è riuscita a quasi la totalità dei Governi del continente.
Tuttavia nella situazione attuale il Paese si aspetta di più e non basta appoggiarsi alla coscienza antimperialista e alla ferrea volontà del Popolo venezuelano di autodeterminarsi, quando la guerra economica deprime la produzione e continua a colpire la moneta (il Bolivar), la quale si svaluta ed ha un impatto devastante sui salari, sul costo della vita e sulle condizioni dei lavoratori venezuelani.

Lo stesso vale quando si è costretti a mettersi in fila la notte ed intere giornate per poter far benzina, quando si interrompono con una certa regolarità servizi pubblici essenziale come luce, gas, acqua e telecomunicazioni nei settori popolari.

Il Popolo non vive di slogan e di ricordi, non si può cadere nel trionfalismo a buon mercato, non ci si può sedere sugli allori, ma bisogna fare il possibile per avanzare proposte che diano risposte concrete, basate sulla risoluzione dei problemi quotidiani che vivono i venezuelani.
È questo che le forze Bolivariane che sostengono il Presidente Maduro dovrebbero riprovare a fare per andare a riprendersi coloro i quali si sono ritirati dalla lotta politica.
Per quel che ci riguarda, noi ci auspichiamo che le sconfitte dell’imperialismo nella Repubblica Bolivariana del Venezuela continuino anche in futuro e nel nostro piccolo cercheremo di dare il nostro contributo affinché ciò avvenga, insieme a tutti coloro che amano la Pace e la giustizia sociale.

Comitato Contro La Guerra Milano
28 novembre 2021

Il World Peace Council (WPC) Europeo si è riunito a Vila Nova de Gaia in Portogallo

Il Comitato Contro la Guerra Milano ha partecipato all’incontro delle organizzazioni europee del Consiglio Mondiale della Pace (World Peace Council), che si è svolto il 12 e 13 novembre a Vila Nova de Gaia, situata nell’area metropolitana di Porto.

Oltre all’organizzazione ospitante e che svolge anche la funzione di coordinamento europeo del WPC, il Portuguese Council for Peace and Cooperation CPPC (Portogallo), hanno partecipato organizzazioni affiliate provenienti da diversi Paesi: Cyprus Peace Council (Cipro); Czech Peace Movement (Repubblica Ceca); Greek Committee for International Detente and Peace EEDYE (Grecia); German Peace Council (Germania); Council for Defense of Solidarity and Peace CEDESPAZ (Spagna); Le Mouvement de la Paix de France (Francia); Ireland Peace and Neutrality Alliance PANA (Irlanda);  INTAL (Belgio); Peace Committee of Turkey (Turchia).

Ospite dal Brasile era presente l’organizzazione del WPC, CEBRAPAZ (Centro Brasileiro de Solidariedaded aos Povos e Luta pela Paz); mentre per problemi legati alla pandemia e alla conseguente chiusura di gran parte dei voli dal Venezuela verso i Paesi dell’Unione Europea, non ha potuto essere presente l’organizzazione fraterna COSI (Comité de Solidaridad Internacional y Lucha por la Paz – Venezuela).

Alla Riunione era presente il Segretario Esecutivo del Consiglio Mondiale della Pace (WPC), il compagno Iraklis Tsavdaridis.

Il dibattito si è sviluppato sulla lotta che ogni organizzazione conduce nel proprio Paese e sulla complessa situazione internazionale, proseguendo poi nell’approfondimento delle misure da adottare per rafforzare la solidarietà con i Popoli e la lotta per la Pace.

Comitato Contro La Guerra Milano,
18 novembre 2021