Libia, la grande spartizione

di Manlio Dinucci
da il manifesto, 3 agosto 2016

Petrolio, immense riserve d’acqua, miliardi di fondi sovrani. Il bottino sotto le bombe

«L’Italia valuta positivamente le operazioni aeree avviate oggi dagli Stati uniti su alcuni obiettivi di Daesh a Sirte. Esse avvengono su richiesta del Governo di Unità Nazionale, a sostegno delle forze fedeli al Governo, nel comune obiettivo di contribuire a ristabilire la pace e la sicurezza in Libia»: questo il comunicato diffuso della Farnesina il 1° agosto.

Alla «pace e sicurezza in Libia» ci stanno pensando a Washington, Parigi, Londra e Roma gli stessi che, dopo aver destabilizzato e frantumato con la guerra lo Stato libico, vanno a raccogliere i cocci con la «missione di assistenza internazionale alla Libia». L’idea che hanno traspare attraverso autorevoli voci. Paolo Scaroni, che a capo dell’Eni ha manovrato in Libia tra fazioni e mercenari ed è oggi vicepresidente della Banca Rothschild, ha dichiarato al Corriere della Sera che «occorre finirla con la finzione della Libia», «paese inventato» dal colonialismo italiano. Si deve «favorire la nascita di un governo in Tripolitania, che faccia appello a forze straniere che lo aiutino a stare in piedi», spingendo Cirenaica e Fezzan a creare propri governi regionali, eventualmente con l’obiettivo di federarsi nel lungo periodo. Intanto «ognuno gestirebbe le sue fonti energetiche», presenti in Tripolitania e Cirenaica.
È la vecchia politica del colonialismo ottocentesco, aggiornata in funzione neocoloniale dalla strategia Usa/Nato, che ha demolito interi Stati nazionali (Jugoslavia, Libia) e frazionato altri (Iraq, Siria), per controllare i loro territori e le loro risorse. La Libia possiede quasi il 40% del petrolio africano, prezioso per l’alta qualità e il basso costo di estrazione, e grosse riserve di gas naturale, dal cui sfruttamento le multinazionali statunitensi ed europee possono ricavare oggi profitti di gran lunga superiori a quelli che ottenevano prima dallo Stato libico. Per di più, eliminando lo Stato nazionale e trattando separatamente con gruppi al potere in Tripolitania e Cirenaica, possono ottenere la privatizzazione delle riserve energetiche statali e quindi il loro diretto controllo.

Oltre che dell’oro nero, le multinazionali statunitensi ed europee vogliono impadronirsi dell’oro bianco: l’immensa riserva di acqua fossile della falda nubiana, che si estende sotto Libia, Egitto, Sudan e Ciad. Quali possibilità essa offra lo aveva dimostrato lo Stato libico, costruendo acquedotti che trasportavano acqua potabile e per l’irrigazione, milioni di metri cubi al giorno estratti da 1300 pozzi nel deserto, per 1600 km  fino alle città costiere, rendendo fertili terre desertiche.

Agli odierni raid aerei Usa in Libia partecipano sia cacciabombardieri che decollano da portaerei nel Mediterraneo e probabilmente da basi in Giordania, sia droni Predator armati di missili Hellfire che decollano da Sigonella. Recitando la parte di Stato sovrano, il governo Renzi «autorizza caso per caso» la partenza di droni armati Usa da Sigonella, mentre il ministro degli esteri Gentiloni precisa che «l’utilizzo delle basi non richiede una specifica comunicazione al parlamento», assicurando che ciò «non è preludio a un intervento militare» in Libia. Quando in realtà l’intervento è già iniziato: forze speciali statunitensi, britanniche e francesi – confermano il Telegraphe Le Monde – operano da tempo segretamente in Libia per sostenere «il governo di unità nazionale del premier Sarraj».

Sbarcando prima o poi ufficialmente in Libia con la motivazione di liberarla dalla presenza dell’Isis, gli Usa e le maggiori potenze europee possono anche riaprire le loro basi militari, chiuse da Gheddafi nel 1970, in una importante posizione geostrategica all’intersezione tra Mediterraneo, Africa e Medio Oriente. Infine, con la «missione di assistenza alla Libia», gli Usa e le maggiori potenze europee si spartiscono il bottino della più grande rapina del secolo: 150 miliardi di dollari di fondi sovrani libici confiscati nel 2011, che potrebbero quadruplicarsi se l’export energetico libico tornasse ai livelli precedenti.

Parte dei fondi sovrani, all’epoca di Gheddafi, venne  investita per creare una moneta e organismi finanziari autonomi dell’Unione Africana. Usa e Francia – provano le mail di Hillary Clinton – decisero di bloccare «il piano di Gheddafi di creare una moneta africana», in alternativa al dollaro e al franco Cfa. Fu Hillary Clinton – documenta il New York Times – a convincere Obama a rompere gli indugi. «Il Presidente firmò un documento segreto, che autorizzava una operazione coperta in Libia e la fornitura di armi ai ribelli», compresi gruppi fino a poco prima classificati come terroristi, mentre il Dipartimento di stato diretto dalla Clinton li riconosceva come «legittimo governo della Libia». Contemporaneamente la Nato sotto comando Usa effettuava l’attacco aeronavale con decine di migliaia di bombe e missili, smantellando lo Stato libico, attaccato allo stesso tempo dall’interno con forze speciali anche del Qatar (grande amico dell’Italia). Il conseguente disastro sociale, che ha fatto più vittime della guerra stessa soprattutto tra i migranti, ha aperto la strada alla riconquista e spartizione della Libia.

SABATO 28 MAGGIO DALLE 15:00 Presidio alla base NATO di Solbiate Olona

La struttura di Solbiate Olona ospita dal 2001 il quartier generale dei corpi NATO di dispiegamento rapido NRDC-ITA. E’ uno dei nove Comandi NATO di reazione rapida, e conta su 400 militari.

L’Italia fornisce il 70% del personale, il rimanente è costituito da militari provenienti da altre nazioni. Il Comando è preparato per interventi in aree di crisi in base a quanto stabilito dal Consiglio Nord Atlantico ed è già stato impegnato in Afghanistan nel 2003 nella missione Isaf sotto comando USA.

Il Comando sta per diventare quartier generale interforze, con la partecipazione di personale anche della Marina e dell’Aeronautica.

Si può affermare quindi senza tema di smentita che la struttura di Solbiate ha assunto una notevole importanza in ambito NATO e certamente può rientrare tra gli obiettivi di attentati militari o terroristici.

Attualmente in Italia si spendono in armamenti oltre 80 milioni di euro al giorno che devono diventare 100 nei prossimi due anni. Le spese nella “Difesa” (che tale non è più) aumentano a scapito di pensioni, sanità, istruzione, trasporti, lavoro, bonifiche e messa in sicurezza del territorio. Lo stato sociale è smantellato a favore dello stato armato. Per non dire dell’inquinamento, provocato soprattutto dalle esercitazioni, e del rischio di contaminazione radioattiva.

Con il presidio del 28 Maggio davanti alla caserma NATO di Solbiate Olona intendiamo ribadire l’importanza della mobilitazione sul territorio come momento insostituibile di coinvolgimento delle persone e di sensibilizzazione rispetto a temi fondamentali come il disarmo e lo status di Paese neutrale, per difendere la nostra sicurezza, i nostri soldi, la nostra salute.

Rilanciamo la mobilitazione popolare su poche essenziali parole d’ordine:

– uscire dalla NATO

– chiudere le basi, fuori la NATO dall’Italia

– smantellare gli armamenti, primi fra tutti quelli atomici

Evento Facebook di riferimento: https://www.facebook.com/events/582018488638124/

Hanno aderito:

Comitato Nessun M346 a Israele
Movimento No F35
USB Novara
Punto Pace di Pax Christi Tradate
Commissione Giustizia e Pace dei Missionari Comboniani
ADL Varese
Kinesis Tradate
Comitato Acqua Bene Comune della Provincia di Varese
Comitato contro la guerra Milano
Comitato varesino per la Palestina
No TAV della Valle di Susa
Associazione Culturale “Stella Alpina” di Pombia
(in aggiornamento…)

 

Strategia del golpe globale

di Manlio Dinucci

Quale collegamento c’è tra società geograficamente, storicamente e culturalmente distanti, dal Kosovo alla Libia e alla Siria, dall’Iraq all’Afghanistan, dall’Ucraina al Brasile e al Venezuela? Quello di essere coinvolte nella strategia globale degli Stati uniti, esemplificata dalla «geografia» del Pentagono.

Il mondo intero viene diviso in «aree di responsabilità», ciascuna affidata a uno dei sei «comandi combattenti unificati» degli Stati uniti: il Comando Nord copre il Nordamerica, il Comando Sud il Sudamerica, il Comando Europeo la regione comprendente Europa e Russia, il Comando Africa il continente africano, il Comando Centrale Medioriente e Asia Centrale, il Comando Pacifico la regione Asia/Pacifico.

Ai 6 comandi geografici se ne aggiungono 3 operativi su scala globale: il Comando strategico (responsabile delle forze nucleari), il Comando per le operazioni speciali, il Comando per il trasporto. A capo del Comando Europeo c’è un generale o ammiraglio nominato dal presidente degli Stati uniti, che assume automaticamente la carica di Comandante supremo alleato in Europa.

La Nato è quindi inserita nella catena di comando del Pentagono, opera cioè fondamentalmente in funzione della strategia statunitense. Essa consiste nell’eliminare qualsiasi Stato o movimento politico/sociale minacci gli interessi politici, economici e militari degli Stati uniti che, pur essendo ancora la maggiore potenza mondiale, stanno perdendo terreno di fronte all’emergere di nuovi soggetti statuali e sociali.

Gli strumenti di tale strategia sono molteplici: dalla guerra aperta – vedi gli attacchi aeronavali e terrestri in Iugoslavia, Afghanistan, Iraq, Libia – alle operazioni coperte condotte sia in questi che in altri paesi, ultimamente in Siria e Ucraina. Per tali operazioni il Pentagono dispone delle forze speciali, circa 70000 specialisti che «ogni giorno operano in oltre 80 paesi su scala mondiale». Dispone inoltre di un esercito ombra di contractors (mercenari): in Afghanistan, documenta Foreign Policy, i mercenari del Pentagono sono circa 29.000, ossia tre per ogni soldato Usa; in Iraq circa 8.000, due per ogni soldato Usa.

Ai mercenari del Pentagono si aggiungono quelli della tentacolare Comunità di intelligence comprendente, oltre la Cia, altre 15 agenzie federali.

I mercenari sono doppiamente utili: possono assassinare e torturare, senza che ciò sia attribuito agli Usa, e quando sono uccisi i loro nomi non compaiono nella lista dei caduti. Inoltre il Pentagono e i servizi segreti dispongono dei gruppi che essi armano e addestrano, tipo quelli islamici usati per attaccare dall’interno la Libia e la Siria, e quelli neonazisti usati per il colpo di stato in Ucraina.

Altro strumento della stessa strategia sono quelle «organizzazioni non-governative» che, dotate di ingenti mezzi, vengono usate dalla Cia e dal Dipartimento di stato per azioni di destabilizzazione interna in nome della «difesa dei diritti dei cittadini».

Nello stesso quadro rientra l’azione del gruppo Bilderberg – che il magistrato Ferdinando Imposimato denuncia come «uno dei responsabili della strategia della tensione e delle stragi» in Italia – e quella della Open Society dell’«investitore e filantropo George Soros», artefice delle «rivoluzioni colorate».

Nel mirino della strategia golpista di Washington vi sono oggi il Brasile, per minare dall’interno i Brics, e il Venezuela per minare l’Alleanza Bolivariana per le Americhe. Per destabiizzare il Venezuela – indica il Comando Sud in un documento venuto alla luce – si deve provocare «uno scenario di tensione che permetta di combinare azioni di strada con l’impiego dosato della violenza armata».

Distruzione di un vero ospedale in Siria. A qualcuno interessa vedere un video?

Continuano a dilagare su Tv e giornali le accuse a senso unico contro l’aviazione siriana e russa che avrebbero distrutto l’ospedale Al Quds ad Aleppo con molti morti fra i quali “l’ultimo pediatra rimasto”. Come al solito non si dà spazio a ipotesi diverse e alle smentite secche da parte dei “colpevoli”. Né si sa ancora se l’ospedale fosse nascosto e non segnalato (come nel caso di febbraio).

Riportiamo a tal riguardo una testimonianza proveniente da Aleppo; è di Nabil Antaki, medico, dei Fratelli Maristi, intervistato telefonicamente, il 1 maggio 2016,  dalla giornalista Silvia Cattori.

Da tre giorni i media accusano il «regime di Assad» di aver bombardato e distrutto un ospedale sostenuto da Medici senza frontiere. Non c’è mai stato un ospedale di MSF ad Aleppo, nell’Est di Aleppo, dove avrebbe operato “l’ultimo pediatra rimasto in città”. Eppure abbiamo ancora molti pediatri qui in città. L’ospedale Al Quds menzionato non è sulla lista degli ospedali siriani realizzata prima della guerra dal ministero della Salute. Dunque, se esiste, è venuto dopo. Questo mostra bene che, per i media, conta solo questa sacca occupata dai ribelli, e che i tre quarti della città amministrati dallo Stato siriano, dove ci sono ancora diversi pediatri, non contano. Per quanto riguarda gli ultimi avvenimenti, constato che i media main stream continuano a mentire per omissione. Fin dall’inizio della guerra ad Aleppo, 4 anni fa, non riferiscono i fatti nel loro insieme.

“Qui ad Aleppo siamo disgustati dalla loro mancanza di imparzialità e oggettività. Parlano solo delle sofferenze e delle perdite di vite umane nella zona Est della città, controllata da Al Nusra, un gruppo terrorista affiliato ad Al Qaeda, che si continua a definire «ribelle», un modo per rendersi rispettabile. E restano muti sulle perdite e le sofferenze sopportate quotidianamente nei nostri quartieri occidentali, a causa dei tiri di mortaio da parte dei terroristi. E non parlano dell’embargo e delle interruzioni totali di acqua ed elettricità che i terroristici ci infliggono.

“Non hanno detto nulla dei bombardamenti continui e delle carneficine che si verificano da una settimana nella parte Ovest della città dove nessun quartiere è stato risparmiato e dove ogni giorno ci sono decine di morti. Queste omissioni sono tanto più rivoltanti se si considera che questi quartieri rappresentano il 75% della superficie di Aleppo e contano 1,5 milioni di abitanti, contro i 300.000 nella parte occupata dai terroristi.

“Quest’informazione monca fa credere che i gruppi terroristi che ci attaccano siano le vittime. Peggio ancora, i media hanno sviato il nostro appello «Salvare Aleppo» lasciando credere che esso esigesse la fine delle ostilità da parte delle «forze di Assad». E’ falso. Del resto, non ci sono «forze di Assad»: ci sono le forze dell’esercito regolare siriano che difendono le Stato siriano.

“I media tradizionali avrebbero potuto almeno avere la decenza di parlare delle stragi provocate dai terroristi. E’ successo anche ieri, venerdì 29, quando uno dei loro tiri ha colpito una moschea all’ora della preghiera.”

Troverà spazio questa testimonianza sui media main stream? Crediamo di no. Come nessuno spazio ha trovato la distruzione dell’ospedale di Aleppo “Al Kindi”, il più grande Centro oncologico del Medio Oriente, fatto saltare in aria dai “ribelli” con due camion bomba. Nessuna notizia, nonostante questo video prodotto proprio dai “ribelli” che riprende l’attentato.

 

Redazione di Sibialiria