Le due facce di Homs. Reportage di Pierangela Zanzottera

17 luglio 2014By

Strade chiuse, abitazioni in rovina, quartieri deserti, scritte sui muri, pareti bruciate, ovunque desolazione e distruzione: i resti della battaglia.

Poi, basta girare l’angolo per rivedere le case di sempre, gli stessi negozi, nessun segnale dei vicini combattimenti, persone per strada, bambini che giocano per le vie, traffico di auto e moto: la vita di sempre. Ma è solo apparenza.

La gente sembra quella di sempre, ma è profondamente cambiata. La desolazione è arrivata ovunque. Ha colpito tutti. Non ci sono barriere capaci di fermarla. E’ nell’aria che si respira, negli occhi di chi si incontra, nella camminata dei passanti. E’ il peso di tre anni di convivenza quotidiana con la morte.

Ogni famiglia racconta le sue storie e ricorda i suoi martiri, che ormai sembrano confondersi con quelli dei vicini.

I racconti sono simili, tutti terribili nella loro singolarita’: chi è stato ucciso mentre attraversava la strada per tornare a casa, chi mentre stendeva i panni sul balcone, chi mentre beveva il te in giardino o dormiva nella stanza accanto. Ogni morte è inattesa, ma quando irrompe con tanta facilità e ripetitività nel quotidiano diventa ancor più  sconcertante.

E anche il valore che si dà alla vita cambia.

La vita, nella metà di Homs che ancora esiste, sembra una sfida quotidiana, una scommessa che si ripete ogni giorno.

E’ come se la popolazione di Homs avesse smesso di avere paura.

Chi ne aveva ha lasciato la città da tempo e quelli che sono rimasti si sono in qualche modo adeguati alla situazione. Sarà l’istinto di sopravvivenza naturale insito in ognuno di noi (forse per questo una volta liberata la città molti non riuscivano più a dormire non sentendo il sottofondo notturno ormai consueto di spari).

La popolazione di Homs ha trovato il modo di proseguire le sue abitudini quotidiane con la sola differenza che si è trovata costretta a limitarle entro i confini sicuri del proprio quartiere e della rassicurante luce del giorno. Ogni quartiere ancora in piedi è diventato una sorta di piccolo mondo, di piccola città all’interno di una grande città fantasma dove le notizie di quanto accade all’esterno arrivano dai pochi viaggiatori.

I trasferimenti sono lenti e complessi a causa dei continui blocchi e delle aree periferiche ancora occupate dalle bande armate dove si combatte.

Viaggiando da un quartiere all’altro della città si incontrano zone ormai totalmente disabitate e semidistrutte.

Altrove, come al-Hamidyye, qualcuno ha deciso di tornare, ma ancora manca tutto. Solo due negozi sono aperti. Forse tra qualche mese la popolazione tornerà o forse ha già trovato modo di adattarsi altrove.

Ovunque regna il sospetto. Ogni auto viene controllata, ogni volta che ci si parcheggia si rassicura il negozio più vicino delle proprie buone intenzioni. Ora, dopo i razzi che hanno lasciato qua e là il segno del loro passaggio e dopo l’occupazione delle bande armate, il timore maggiore è quello delle autobomba.

Ma le difficoltà più grandi per la popolazione, qui come nel resto del Paese, riguardano l’aumento dei prezzi – raddoppiati – e la mancanza di elettricità per più ore al giorno che, unita alla tipica calura estiva, porta all’impossibilità di conservare adeguatamente gli alimenti e a un’inevitabile spreco di quanto invece sarebbe prezioso.

C’è chi si è già ingegnato con mezzi alternativi, ma si tratta di ripieghi temporanei.

La città è chiusa in se stessa, intrappolata tra la voglia di proseguire la quotidianità e la corsa allo sviluppo avviata prima di 3 anni e mezzo fa e l’impossibilità di farlo a causa del persistere di una situazione di insicurezza e del fardello di questi anni.

La vita, a Homs, passeggia ogni giorno a braccetto con la morte.

Pierangela Zanzottera

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