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Distruzione di un vero ospedale in Siria. A qualcuno interessa vedere un video?

Continuano a dilagare su Tv e giornali le accuse a senso unico contro l’aviazione siriana e russa che avrebbero distrutto l’ospedale Al Quds ad Aleppo con molti morti fra i quali “l’ultimo pediatra rimasto”. Come al solito non si dà spazio a ipotesi diverse e alle smentite secche da parte dei “colpevoli”. Né si sa ancora se l’ospedale fosse nascosto e non segnalato (come nel caso di febbraio).

Riportiamo a tal riguardo una testimonianza proveniente da Aleppo; è di Nabil Antaki, medico, dei Fratelli Maristi, intervistato telefonicamente, il 1 maggio 2016,  dalla giornalista Silvia Cattori.

Da tre giorni i media accusano il «regime di Assad» di aver bombardato e distrutto un ospedale sostenuto da Medici senza frontiere. Non c’è mai stato un ospedale di MSF ad Aleppo, nell’Est di Aleppo, dove avrebbe operato “l’ultimo pediatra rimasto in città”. Eppure abbiamo ancora molti pediatri qui in città. L’ospedale Al Quds menzionato non è sulla lista degli ospedali siriani realizzata prima della guerra dal ministero della Salute. Dunque, se esiste, è venuto dopo. Questo mostra bene che, per i media, conta solo questa sacca occupata dai ribelli, e che i tre quarti della città amministrati dallo Stato siriano, dove ci sono ancora diversi pediatri, non contano. Per quanto riguarda gli ultimi avvenimenti, constato che i media main stream continuano a mentire per omissione. Fin dall’inizio della guerra ad Aleppo, 4 anni fa, non riferiscono i fatti nel loro insieme.

“Qui ad Aleppo siamo disgustati dalla loro mancanza di imparzialità e oggettività. Parlano solo delle sofferenze e delle perdite di vite umane nella zona Est della città, controllata da Al Nusra, un gruppo terrorista affiliato ad Al Qaeda, che si continua a definire «ribelle», un modo per rendersi rispettabile. E restano muti sulle perdite e le sofferenze sopportate quotidianamente nei nostri quartieri occidentali, a causa dei tiri di mortaio da parte dei terroristi. E non parlano dell’embargo e delle interruzioni totali di acqua ed elettricità che i terroristici ci infliggono.

“Non hanno detto nulla dei bombardamenti continui e delle carneficine che si verificano da una settimana nella parte Ovest della città dove nessun quartiere è stato risparmiato e dove ogni giorno ci sono decine di morti. Queste omissioni sono tanto più rivoltanti se si considera che questi quartieri rappresentano il 75% della superficie di Aleppo e contano 1,5 milioni di abitanti, contro i 300.000 nella parte occupata dai terroristi.

“Quest’informazione monca fa credere che i gruppi terroristi che ci attaccano siano le vittime. Peggio ancora, i media hanno sviato il nostro appello «Salvare Aleppo» lasciando credere che esso esigesse la fine delle ostilità da parte delle «forze di Assad». E’ falso. Del resto, non ci sono «forze di Assad»: ci sono le forze dell’esercito regolare siriano che difendono le Stato siriano.

“I media tradizionali avrebbero potuto almeno avere la decenza di parlare delle stragi provocate dai terroristi. E’ successo anche ieri, venerdì 29, quando uno dei loro tiri ha colpito una moschea all’ora della preghiera.”

Troverà spazio questa testimonianza sui media main stream? Crediamo di no. Come nessuno spazio ha trovato la distruzione dell’ospedale di Aleppo “Al Kindi”, il più grande Centro oncologico del Medio Oriente, fatto saltare in aria dai “ribelli” con due camion bomba. Nessuna notizia, nonostante questo video prodotto proprio dai “ribelli” che riprende l’attentato.

 

Redazione di Sibialiria

L’«antiterrorismo» della Nato

di Manlio Dinucci
da il manifesto, 4 agosto 2015

«Il terrorismo costituisce una minaccia diretta alla sicurezza dei paesi Nato», ha dichiarato il Consiglio Nord Atlantico, condannando «gli attacchi terroristici contro la Turchia» e impegnandosi a «seguire gli sviluppi alla frontiera sud-orientale della Nato molto da vicino». Nessuno ne dubita. In Turchia la Nato ha oltre venti basi militari, rafforzate da batterie missilistiche statunitensi, tedesche e spagnole, in grado di abbattere velivoli nello spazio aereo siriano. Sempre in Turchia, a Izmir, la Nato ha trasferito il Landcom, il comando delle forze terrestri dei 28 paesi membri, oggi in piena attività.

Come documentano anche inchieste del New York Times e del Guardian, soprattutto nelle province turche di Adana e Hatai e in Giordania la Cia ha aperto da tempo centri di addestramento di militanti islamici provenienti da Afghanistan, Bosnia, Cecenia, Libia e altri paesi, preparandoli e armandoli per azioni terroristiche in Siria. Compresi quelli che in Siria hanno formato l’Isis per rovesciare il governo di Damasco e hanno quindi attaccato l’Iraq nel momento in cui il governo dello sciita al-Maliki prendeva le distanze da Washington, avvicinandosi a Pechino e Mosca. Le armi, provenienti soprattutto via Arabia Saudita e Qatar, entrano in Siria attraverso il confine turco da cui transitano ogni giorno centinaia di tir senza alcun controllo.
Ora, dietro il paravento della «lotta all’Isis» (organizzazione di fatto funzionale alla strategia Usa/Nato), la Turchia attacca i curdi del Pkk, che combattono contro l’Isis. Sostenuta dalla Casa Bianca che, per bocca del portavoce Alistair Baskey, definisce il Pkk «un gruppo terroristico» affermando che «la Turchia ha il diritto di difendersi contro gli attacchi terroristici dei ribelli curdi».

Contemporaneamente Stati uniti e Turchia hanno concordato un piano per la creazione di una «zona sicura», formalmente «libera dall’Isis», lungo una fascia di un centinaio di chilometri in territorio siriano al confine turco. Il piano prevede l’impiego di cacciabombardieri statunitensi dislocati in Turchia e di forze terrestri turche, affiancate in operazioni coperte da forze speciali Usa/Nato.

Tale fascia, su cui viene imposta una «no-fly zone», dovrebbe essere controllata da quelli che il New York Times definisce «insorti siriani relativamente moderati», armati e addestrati dal Pentagono, molti dei quali confluiti poi nell’Isis e nel fronte qaedista al-Nusra.

Autorizzando ora raid aerei per sostenere i «ribelli» addestrati dal Pentagono, «anche se ad attaccarli saranno le forze del presidente Assad», Obama autorizza la guerra aerea Usa/Nato contro le forze governative siriane.

Gruppi «ribelli» vengono sostenuti anche da Israele, come ha dichiarato lo stesso ministro della difesa Ya’alon (v. The Times of Israel, 29 giugno 2015).

La creazione della «zona sicura», formalmente per accogliere i profughi siriani, ufficializza lo smantellamento della Siria, Stato sovrano membro dell’Onu, Stato che ha rinunciato alle armi chimiche, al contrario di Israele che ha anche quelle nucleari.

La Nato va anche «in soccorso» dell’Iraq, minacciato dall’Isis: ha annunciato il 31 luglio che addestrerà in Turchia e Giordania combattenti iracheni (selezionati da Washington ai fini della balcanizzazione dell’Iraq).

Attua così la strategia che mira a ridisegnare la carta del Medioriente cancellando, come è stato fatto in Europa con la Jugoslavia e in Nordafrica con la Libia, gli Stati ritenuti di ostacolo agli interessi dell’Occidente. Provocando milioni di morti e di profughi, mentre la Casa Bianca pubblica la petizione popolare contro l’uccisione del leone Cecil per dimostrare la propria umanità.

Ucraina e Isis: il vice di Obama rivela (per sbaglio) la verità

di Marcello Foa.

Questo è un esempio di come certe informazioni non circolino sui media occidentali. Un amico che pesca molto bene online mi ha inviato la segnalazione di alcuni articoli che recavano un titolo forte: “Il vicepresidente americano Joe Biden ammette di aver obbligato i Paesi europei ad adottare le sanzioni contro la Russia”.
Come mio dovere, verifico le fonti. E scopro che a dare questa notizia sono Russia Today e altre agenzie di stampa russe. Da esperto di spin mi sorge il dubbio che si tratti di una strumentalizzazione da parte di Mosca. E verifico ulteriormente. In pochi minuti.
Sì, Biden ha tenuto un lungo discorso sulla politica estera all’università di Harvard, discorso a cui i media americani hanno dato ampio spazio ma per evidenziare una battuta, anzi una gaffe su quanto sia frustrante fare il vicepresidente, espressa con un linguaggio molto colorito. Negli articoli, però, nessun riferimento alla frase sull’Europa.
Allora indago ulteriormente, vado sul sito della Casa Bianca dove è pubblicata la trascrizione integrale del discorso di Biden. E, come potete verificare voi stessi, la frase riportata dai media russi è corretta e l’indifferenza con cui è stata accolta dai media occidentali, ma anche europei significativa. Praticamente nessun giornalista ha saputo valutare la portata delle dichiarazioni di Biden. Il che è grave professionalmente, ma non sorprendente: a dare il tono sono state le agenzie di stampa e le tv all news che si sono soffermate sull’aspetto più leggero e sensazionale ovvero la gaffe di Biden; tutto il resto è passato in secondo piano. Anche sulla stampa più autorevole. Perché Biden poteva reggere un titolo, non due. E quelle dichiarazioni formulate nell’ambito di un lungo discorso in cui Biden ha toccato molti aspetti. Gli spin doctor della Casa Bianca si sono ben guardati dall’evidenziarle e sono scivolate via assieme ad altre.
Nessuna manipolazione, nessuna censura: se conosci le logiche e le debolezze dei media puoi orientarli a piacimento. Negli Stati Uniti, ma anche in Europa.
In realtà le dichiarazioni di Biden sono davvero sensazionali,una gaffe in termini diplomatici:

“Abbiamo dato a Putin una scelta semplice: rispetta la sovranità ucraina o avrai di fronte gravi conseguenze. E questo ci ha indotto a mobilitare i maggiori Paesi più sviluppati al mondo affinché imponessero un costo reale alla Russia.   “E’ vero che non volevano farlo. E’ stata la leadership americana e il presidente americano ad insistere, tante di quelle volte da dover mettere in imbarazzo l’Europa per reagire e decidere per le sanzioni economiche, nonostante i costi”.

L’ammissione è fortissima: è stata l’America a costringere l’Europa a punire Putin, contro la sua volontà.
Poi un’altra strabiliante ammissione, sull’Isis, che l’America combatte con toni accorati salvo poi ammettere che il pericolo per gli stessi americani non è così rilevante:

“Non stiamo affrontando un pericolo esistenziale per il nostro stile di vita o la nostra sicurezza. Hai due volte più possibilità di essere colpito da un fulmine per strada che di essere vittima di un evento terroristico negli Stati Uniti”.

Dunque l’Isis non è una minaccia seria, così come non lo è più il terrorismo negli Stati Uniti.
Quando qualcuno dice la verità – e chi più di un vicepresidente americano? – il mondo appare molto diverso rispetto alla propaganda ufficiale. In Ucraina e sul terrorismo.
Ma se i media non ne parlano, la propaganda diventa, anzi resta apparente verità. E la vera verità limitata ai pochi che la sanno davvero cogliere e trasmettere.