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Palestina e Kurdistan: quale affinità?

Palestina e Kurdistan

Manifestazione a Nablus (Palestina) in condanna all’attacco missilistico lanciato da Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia contro la Siria (aprile 2018). Foto a destra: manifestazione a Erbil (Iraq) a sostegno del referendum per l’indipendenza curda (settembre 2017).

Da qualche anno si assiste a una pericolosa distorsione del quadro delle alleanze in Medio Oriente, in particolare quando si cerca di porre sullo stesso piano la resistenza palestinese e le aspirazioni separatiste curde.

Se da una parte la Palestina subisce la costante erosione israeliana, con l’immancabile sostegno degli Stati Uniti e il laissez-faire dell’Unione Europea, dall’altra parte le variegate amministrazioni curde in Medio Oriente, le quali spingono per il secessionismo da Iran, Iraq, Siria e Turchia, lo fanno avvalendosi proprio del supporto di Israele e USA.

Già dai tempi della guerra del Golfo in Iraq, l’amministrazione curda del PDK, capitanata dalla famiglia Barzani (grande amica di Israele), approfittò dell’aggressione statunitense per allargare la propria influenza sui territori nord iracheni ricchi di petrolio e strategici per l’intero Paese, dichiarando poi di fatto la regione autonoma del “Kurdistan” iracheno in seguito all’abbattimento di Saddam Hussein nel 2003.

Un simile copione si è poi ripetuto dal 2011 con l’aggressione contro la Siria, quando le forze curde si avvalsero della guerra per estendere la propria influenza nel Nord del Paese. Anche in questo caso prendendo il controllo di pozzi petroliferi e infrastrutture strategiche, mentre l’alleato statunitense apriva loro la strada e l’ISIS, che arretrava quasi senza colpo ferire, accorreva puntualmente a colpire l’esercito siriano intento a riappropriarsi di ciò che appartiene ai tutti i siriani, curdi e non.

La favola del cosiddetto “confederalismo democratico” applicato dalle milizie YPG/YPJ altro non è che una minaccia contro quei pochi Stati mediorientali indipendenti, multietnici e multiculturali i quali resistono alla furia occidentale, israeliana e saudita. L’ambizione di un avamposto occidentale, militare e petrolifero, gestito da quella che viene presentata come una “etnia avanzata” e sorretta proprio da chi si autoproclama “popolo eletto”.

Il costume di cancellare la Storia, costituirsi come maggioranza e ribattezzare regioni e città (per esempio Rojava e Kobane) ricorda ciò che il sionismo compie nella Palestina storica sin dai tempi della dichiarazione Balfour del 1917, con la conquista di villaggi e l’imposizione esclusiva di nomi, lingua, cultura, giurisdizione e Capitali.

Di certo non si dimentica ciò che la minoranza curda ha subito durante lo scorso secolo in Turchia, non a caso membro della NATO e stretto sostenitore di quei “liberi ribelli” vicini ad Al-Qaeda che prima hanno assaltato la Libia e poi la Siria. Ma colpire e dividere i Paesi che appartengono all’Asse della Resistenza (definito “Asse del Male” da George W. Bush nel 2002) significa isolare la Palestina dai suoi naturali alleati: Siria, Iran, Hezbollah libanesi, Houthi yemeniti e un Iraq che recentemente dà segnali di risveglio. Significherebbe lasciare campo libero al dominio occidentale in Medio Oriente e permettere che Israele si appropri definitivamente di ciò che resta della Palestina nonché del Golan siriano.

Se in Occidente qualcuno pensa di poter sostenere la Palestina e al contempo fantasticare su un Kurdistan fortemente voluto da Israele e coadiuvato dagli Stati Uniti, ciò non può che essere definito con il termine “cortocircuito”. Si prenda atto, per esempio, di certe esternazioni [1] e del percorso di personaggi del calibro di Bernard-Henri Lévy [2][3].

Comitato Contro La Guerra Milano, 12 luglio 2020

[1] La Knesset discute il disegno di legge sulla promozione dello Stato curdo (22 maggio 2018)
https://comitatocontrolaguerramilano.wordpress.com/2018/05/23/la-knesset-discute-il-disegno-di-legge-sulla-promozione-dello-stato-curdo

[2] Bernard-Henri Lévy e il suo ruolo nelle ingerenze occidentali (6 ottobre 2017)
https://www.facebook.com/comitato.milano.5/photos/a.773452456008814/1580912171929501

[3] Bernard-Henri Lévy in visita nel “Rojava” con Mazloum Abdi, comandante delle SDF a guida YPG/YPJ (10 dicembre 2019)
https://twitter.com/BHL/status/1204433886710812672

Gli USA uccidono cento soldati dell’Esercito arabo siriano

Rally on Capitol Hill Supports Possible US Military Strike On SyriaMartedì 6 febbraio, 2 giorni fa, José Ramón Balaguer, addetto alle relazioni internazionali per il comitato centrale del Partito Comunista di Cuba, ha sottolineato che Cuba sarà sempre con la Siria, elogiando le vittorie dell’esercito e i suoi sacrifici, la fermezza del popolo siriano e la saggezza della dirigenza siriana che hanno avuto il maggior merito nel fermare il complotto contro la Siria, tenuto conto che la questione siriana ha importanza perché da lì originerà il nuovo quadro mondiale.

Solo dopo poche ore gli USA bombardavano truppe dell’Esercito arabo siriano uccidendo numerosi soldati siriani, ben cento, stando alle dichiarazioni degli USA. Secondo la corrispondente da Istanbul per il TG3 i soldati morti sono il “prezzo” pagato dai siriani che hanno attaccato l’YPG (Unità di Protezione Popolare), sostenuto dagli USA, suoi alleati, poiché “il regime” vorrebbe “mettere le mani” sui ricchi giacimenti di petrolio situati nei pressi di Deir Ezzor.

Facciamo notare che Deir Ezzor è una città della Siria, come potrebbe esserlo Arezzo per l’Italia, dunque la pretesa “inconfessabile” del governo siriano sarebbe quella di riconquistare un giacimento del suo territorio.

La Russia, alleata di Damasco da decenni, ha dichiarato che gli Stati Uniti operano militarmente sul suolo siriano in modo illegale. In queste condizioni è fin troppo evidente che la tensione si acuisca.

Sono quasi 7 anni che la guerra di aggressione imperialista contro la Siria si sviluppa, nell’indifferenza di molti e nella accondiscendenza di troppi, ignorando che, ad esempio, proprio la Palestina subirebbe le più gravi ripercussioni in seguito alla distruzione di Paesi come la Siria o l’Iran. Qui a Milano siamo stati gli unici a ergerci contro l’aggressione degli USA alla Siria, non da leoni della tastiera, bensì organizzando presidi sotto l’unica sede che ha un senso: il Consolato degli Stati Uniti d’America.

Abbiamo le orecchie tese, siamo in ascolto… Mentre scriviamo è la sera di giovedì 8 febbraio. Cento ne sono morti per il loro Paese. Il tempo che trascorre speriamo aiuti a comprendere il valore delle vite di questi soldati siriani. Sappiamo anche che fino ad oggi, di fronte ad altre tragedie siriane, questo non è successo; questa volta però temiamo si sia giunti al livello di guardia. Siamo infatti d’accordo con Cuba che in Siria si stia giocando una drammatica partita che definirà il nuovo ordine mondiale. In questo caso è bene capire cosa stia succedendo, in quel quadrante dal quale provengono riflessi che ci riguardano molto da vicino, anche in tema di immigrazione.

Comitato Contro La Guerra Milano